Don Andrea Cristiani è il fondatore del Movimento Shalom. Nel 1974 cominciò a raccogliere intorno a sé una decina di giovani. In 34 anni, quello sparuto gruppo di allievi si è trasformato in una formazione con migliaia iscritti. Il segreto? «Gli ideali che animano i volontari del Movimento: la pace, la tolleranza, la solidarietà ai più poveri fra i poveri, in una parola, la mondialità».Il Movimento Shalom è un’organizzazione non lucrativa (Onlus) laica di ispirazione cattolica. Ma grazie all’universalità degli ideali che professa, raggruppa persone dai diversi orientamenti politici e religiosi.
In questa intervista Don Andrea racconta gli ideali e le aspirazioni che muovono il Movimento.

Noi abbiamo un pianeta che è malato, un’umanità che è malata. Il cancro dell’umanità è evidente, è sotto gli occhi di tutti, ha dei nomi: egoismo, insensibilità, indifferenza. Questi sono i mali diffusi. Ma chi dispone delle ricchezze, chi gestisce la scienza e la comunicazione, invece di asservirle all’insieme della famiglia umana, le pone come strumento per il proprio personale arricchimento.

Superfluo chiederti qual è la terapia a cui pensa Shalom. È quella per cui è nato il Movimento: diffondere e operare per ideali di pace, mondialità, fratellanza, con progetti di formazione e di cooperazione internazionale. Ma quello che hai detto fa pensare che questa terapia sia destinata a fallire, che la sua ‘potenza di fuoco’ sia destinata a soccombere di fronte a quella dell’avversario.
Lo scoraggiamento, in effetti, potrebbe anche nascere. Ma sarebbe una dichiarazione di fallimento della coscienza umana, della volontà del bene di cui l’uomo porta un anelito. Io credo che, fondamentalmente, l’uomo sia spinto al bene. Si potrebbe pensare: “Il male è così tanto, siamo così sottomessi a queste forze che ci dominano, e poi, i grandi interessi non danno considerazione alle condizioni della stragrande maggioranza degli esseri umani, dunque non serve a nulla impegnarsi”. Ecco, è proprio quello che non dobbiamo fare. È una seduzione che dobbiamo tenere lontana come la peggiore delle tentazioni.
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Quando ci sono venti di guerra, in qualsiasi parte del mondo, con grandi potenze contrapposte e questioni di geopolitica che solo fini strateghi possono capire, Shalom protesta organizzando una veglia di preghiera. Diciamolo: pare un po’ poco.
Lo Shalom ha tre armi: la sconfinata fiducia in Dio, la preghiera e la protesta. Lo Shalom deve parlare, non può tacere, deve educare, deve coinvolgere più persone possibili nella protesta nei confronti delle ingiustizie e delle guerre. Noi dobbiamo imparare a godere del bello che fanno gli altri e a stupirci delle cose positive che succedono, ma dobbiamo prima di tutto inorridirci delle cose orribili che ci sono nel mondo. Un nemico che dobbiamo combattere è l’indifferenza, che è uno dei nemici più diffusi. Vorrei che negli Shalom fosse presente lo scandalo per le ingiustizie, per le guerre. Dobbiamo indignarci, piangere, ma anche alzare la voce. Se dico ‘è fatale’ e me ne frego divento in qualche modo correo. No, non è fatale, devo indignarmi. E la preghiera è la protesta, l’indignazione più grande da contrapporre a quanto più le è distante: le armi.

Però, siamo sinceri: se anche ci fossero due milioni di Movimenti Shalom la vita cambierebbe per una parte infinitesima della popolazione.
Una delle considerazioni che io faccio è che non bisogna aver fretta. Se ragionassimo con la logica del ‘tutto e subito’ rimarremmo inebetiti, frustrati. La nostra è la società dell’usa e getta, ma il cammino dell’umanità è molto lento. Perciò io credo che noi dobbiamo seguire la linea del passo dopo passo. Bisogna fare piccoli passi, viaggiare lentamente, nella convinzione che se anche i nostri occhi non ce la faranno a vedere il cambiamento, noi vogliamo comunque essere un anello di una lunga catena. Ci accontentiamo di essere un frammento nel cammino di ricostruzione di una storia di giustizia. Il primo beneficio lo avverte chi è Shalom.

Un po’ poco, viste le ambizioni.
Poco? Uno dei nostri piccoli passi è un progetto, in Burkina Faso, con i ragazzi di strada. Oggi sono una quarantina. Cosa sarebbe stato di loro? Delle ragazze lo possiamo immaginare. Per i ragazzi c’è la delinquenza, il carcere, la criminalità. Bene, il progetto prevede l’alfabetizzazione, l’ausilio di uno psicologo e, soprattutto, il calore umano di un’equipe che li affianca. E poi ci sono quattro laboratori che offrono ai ragazzi l’opportunità di imparare un mestiere, di produrre e guadagnare: una sartoria, una pelletteria, un panificio e un calzaturificio. Quando sono andato a incontrarli, dopo che ho parlato loro della necessità dell’impegno di autodisciplinarsi, delle prospettive future che avevano, ha parlato un loro educatore: ‘Io ero ciò che voi eravate – ha detto – io sono con voi oggi perché voglio che domani anche voi siate come oggi sono io, cioè una persona che ha una sua dignità, che sa leggere e scrivere, che vive onestamente del proprio lavoro’. Ecco, secondo me è un esempio che può esprimere quello che è il nostro cammino fino a oggi.
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Com’è cresciuto il Movimento Shalom?
La partenza ha l’impeto dell’entusiasmo di ragazzi che si trovano, che vogliono cambiare il mondo. Poi i valori sono andati meglio enunciandosi, cristallizzandosi, purificandosi. Insomma, secondo me c’è stata una crescita, ma gli aspetti fondamentali della fraternità e del valore della solidarietà come principio naturale per costruire una società più giusta c’erano all’inizio e ci sono tutt’oggi. Se ne sono aggiunti altri o non se ne sono aggiunti? Non lo saprei dire. Probabilmente si sono purificati, ecco.

Purificati?
Quando si è ragazzi tutte le cose si confondono anche con le mille distrazioni che comporta l’età. Perciò nell’attrazione originaria del Movimento contava tanto anche l’amicizia, il trovarsi insieme, la simpatia reciproca. Le cose che si facevano creavano empatia. Perciò ora, nella fase dell’invecchiamento, posso domandarmi se la spinta iniziale non fosse sopratutto quella della bellezza della combriccola: era piacevole trovarsi insieme, perché anche si giocava e ci si divertiva. Mentre oggi abbiamo acquisito una consapevolezza diversa. Ci sono degli stadi diversi anche nell’acquisizione dei valori: direi che si purificano, nell’invecchiare.

Parli del Movimento Shalom come se fosse un figlio…
Ci sono dei figli che sono cercati, voluti. Shalom è un figlio inatteso. Non è successo che mi sono svegliato una mattina e ho detto: ‘Ora fondo un movimento’. No, il Movimento è venuto da sé. All’inizio ho detto soltanto: ‘Troviamoci a leggere il Vangelo e cerchiamo di mettere in pratica le cose che ci ha insegnato Gesù’. Però era una cosa solo per noi, aveva il ‘limite’ parrocchiale. Poi si è messo in moto da sé. In fondo il Movimento Shalom è stata un’autogenerazione, è venuto spontaneamente. È un figlio non voluto, però amato.

Don Andrea Pio Cristiani