Il dramma silenzioso del Burkina Faso

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Non è facile trovare online informazioni sugli attacchi che si susseguono ormai da 4 anni in Burkina Faso: scarni comunicati che riportano i nomi di sperduti villaggi nel nord del paese e il numero delle vittime, talvolta accompagnati da parole di appello alla pace da parte di operatori internazionali o religiosi locali.

Anche noi non sappiamo bene quello che succede – racconta Jean Paul Moné, sindaco del V arrondissement di Ouagadougou e membro fondatore del Movimento Shalom in Burkina – ci arrivano pochissime notizie, sempre con qualche giorno di ritardo”. E’ un dramma che si svolge in silenzio dal 2015, ma che ha già causato almeno 570 vittime, oltre 280.000 rifugiati interni, oltre 2.000 scuole e 100 centri sanitari chiusi nelle regioni del nord del paese ed ha portato il governo a dichiarare lo stato d’emergenza a dicembre 2018.

L’esercito sembra incapace di controllare la situazione, al punto che gli attacchi, inizialmente concentrati nel nord, toccano oggi altre zone del paese, a Est e ovest. Questi attacchi hanno provocato l’esodo della popolazione dai villaggi alle città, soprattutto nel nord: oggi ci sono campi d’accoglienza per rifugiati presso i maggiori centri urbani”. Le parole di Jean Paul sono di dolore per il proprio popolo, ma anche di frustrazione verso questa situazione che nessuno sembra essere in grado di controllare.
Gli attacchi sono realizzati da gruppi armati provenienti soprattutto da Mali e Niger, ma che sono ormai infiltrati e radicati in numerose zone, trovando appoggio soprattutto tra i giovani disoccupati che si sentono privati di un futuro e di prospettive a causa della povertà. Obiettivo degli attacchi sono militari, ma anche rappresentanti della comunità cristiana, operatori umanitari, o semplicemente chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Gli attacchi hanno quindi matrice religiosa, ma anche politica, poiché mirano a destabilizzare il paese e mostrare l’incapacità del governo di controllare la situazione, e etnica. Responsabili infatti sono spesso considerati i Peul, un popolo nomade presente in tutta l’Africa occidentale, che è stato a sua volta vittima di rappresaglie sanguinose. Questa stigmatizzazione non può che destare ulteriore preoccupazione per il rischio di scontro etnico, che sarebbe devastante in un paese in cui vivono – fino ad oggi pacificamente – oltre 60 etnie diverse.

In questo contesto, il Movimento Shalom conferma la propria presenza salda nel paese, e rafforza il proprio impegno verso quella che è l’attività statutaria principale: la diffusione degli ideali di pace, solidarietà e giustizia sociale. Ora più che mai è infatti fondamentale ribadire l’importanza del dialogo, della fratellanza e sostenere la popolazione attraverso i diversi progetti di cooperazione.

Strumento importantissimo in questa ottica è il sostegno a distanza, che dà ai giovani la possibilità di ricevere una formazione e di trovare un lavoro che migliori la loro situazione sociale ed economica, allontanandoli dal rischio di essere soggiogati da falsi ideali. “Ogni anno durante i nostri viaggi umanitari incontriamo i ragazzi sostenuti a distanza e le loro famiglie, e ci raccontano dei loro studi, di cosa vogliono fare da grandi – racconta don Andrea Cristiani, fondatore del Movimento Shalom – Nutrire questi sogni e farli diventare realtà è lo strumento più importante per promuovere la giustizia sociale e la pace, ne vediamo i frutti ogni volta che un ragazzo si diploma e arriva l’ultima lettera in cui racconta di aver trovato lavoro come falegname o insegnante o infermiera. Una persona che ha un lavoro dignitoso e può contribuire al benessere della propria famiglia starà lontana dalle false promesse dei terroristi e lavorerà per migliorare la situazione del proprio paese. A quel punto siamo sicuri che l’impegno chiesto ai nostri sostenitori è servito veramente a diffondere la pace”.